Cos’è davvero l’agricoltura rigenerativa?
Dal suolo alle comunità: come riconoscere ciò che è vero e trasformarlo in un progetto agricolo autentico
Un modo di guardare noi e la terra
Nel cercare di definire, di tracciare dei confini all’agricoltura rigenerativa sento che una parte di me esita, chi sei tu per riuscirci? Ho conosciuto così tante persone che la vivono attraverso esperienze differenti. Alcuni coltivano cereali, altri si dedicano all’agroforestazione e altri ancora hanno scelto di far pascolare gli animali in montagna. In tutti questi percorsi però c’è un filo comune: il desiderio autentico di rigenerare, non solo il suolo, ma anche i legami, le comunità e le economie rurali. Se questa diversità può sembrare confusione, per me è ricchezza. Finché saremo noi – contadini, agronome, progettisti, allevatrici – a confrontarci, a disegnare i contorni di questo approccio, allora rimarremo fedeli alla sua anima.
Il mio primo raccolto. 2018. Orto biointensivo anche chiamato market garden dal lavoro di divulgazione di Jean-Martin Fortier che ha scritto il libro The Market Gardener. Libro tradotto in italiano.
Agricoltura rigenerativa vs. Agroecologia
Per me, agroecologia e agricoltura rigenerativa non sono mondi separati: sono due facce della stessa medaglia.
L’agroecologia è il termine più usato in ambito accademico e istituzionale, quello che parla alla ricerca e alle politiche pubbliche. L’agricoltura rigenerativa invece è nata come parola dal basso, semplice e immediata, capace di arrivare direttamente alle persone.
Quando ne sentii parlare per la prima volta, era quasi sempre legata al tema del suolo. Corsi, eventi, manuali che parlavano di fertilità, di chimica e minerali, di fauna decompositrice, di struttura fisica del terreno. L’idea era chiara: rigenerare il suolo significa restituire vita alla base di ogni ecosistema. Poi, con il tempo, il concetto si è ampliato, e abbiamo capito che non puoi lavorare solo su un elemento senza influenzare anche gli altri.
Rigenerare il suolo significa rigenerare la biodiversità vegetale, la fauna, le relazioni ecologiche e sociali. E così l’agricoltura rigenerativa ha iniziato a includere non solo tecniche colturali, ma un vero e proprio cambio di paradigma, che riguarda l’intero ecosistema agricolo e le comunità che lo abitano.
“L’agroecologia non è solo un insieme di pratiche agricole, ma un paradigma che mette al centro la giustizia sociale e la sostenibilità ecologica.” Miguel Altieri
Il pericolo del greenwashing rigenerativo
Viviamo in un’epoca in cui tutto si trasforma in marketing spietato, da aziende che hanno come primo obiettivo il profitto. La parola “rigenerativo” rischia di essere svuotata di senso, proprio come è accaduto con “biologico”.
Come riconoscere queste aziende? È molto facile, mettono in atto pratiche solo quando queste portano profitto. Se oggi i soldi sono nella “sostenibilità” e nel “verde”, puoi star ben sicura che loro cominceranno a fare pratiche improntate verso questo. Se domani i soldi vanno in altro, puoi essere ancora più certa che loro saranno là. Ci sono aziende che si rendono conto prima del consumatore dei trend. Semplicemente perché spesso sono multinazionali e le cose in Italia, come ben sappiamo, arrivano tardi. Allo stesso modo, queste aziende hanno anche molti legami con burocrati, legislatori, ecc. Per cui conoscono in anticipo cose che la maggior parte di noi ignoriamo fino a quando non ci vengono presentate nel piatto.
Pensiamo a casi concreti. Syngenta parla di ‘agricoltura rigenerativa’, pur essendo storicamente tra i principali produttori di pesticidi che hanno contribuito al degrado ambientale. Oppure prendiamo la Ferrero. Un colosso industriale che ha spinto molti territori italiani verso la monocoltura intensiva delle nocciole, una coltivazione che richiede spesso grandi quantità di pesticidi e impoverisce la diversità del paesaggio. Il risultato? Un’agricoltura piegata alla grande distribuzione, un ambiente degradato e contadini sempre più dipendenti da filiere su cui non hanno alcun potere. Eppure, Ferrero, quando era molto pressante la questione “moria delle api”, si è presentata come paladina delle stesse, promuovendo campagne di “adozione” degli alveari in collaborazione con imprese come 3Bee.
Un’iniziativa lodevole, vero? Ma guardiamola più da vicino.
Adottare un milione di api significa sostenere economicamente l’equivalente di circa 16 arnie in un mondo in cui un solo apicoltore può arrivare ad averne anche 300! Si tratta di una narrazione comoda, che fa sentire tutti a posto con la coscienza. Nessuna attenzione alle pratiche apistiche usate, alla differenza tra apicoltura biologica e convenzionale, una totale mancanza di un sostegno reale alla biodiversità. Corriamo il rischio che l’agricoltura rigenerativa diventi l’ennesimo contenitore vuoto del marketing sostenibile che non trova convenienza nell’andare alle radici del problema.
Credo sia invece fondamentale fare chiarezza, raccontare e condividere. Ma soprattutto restare saldi, perché rigenerare significa anche, per me, rimanere autentici alla verità e al bene.
Oggi salvare le api è diventata una campagna di marketing. Ma queste campagne pubblicitarie mancano di un aspetto fondamentale: la verità. Giocano su piccole bugie sul mondo delle api e sull’enorme complessità che il superorganismo alveare porta sul piatto.
Ma cosa ne posso sapere io di agricoltura rigenerativa?
Ho incontrato l’agricoltura rigenerativa grazie alla Permacultura. Era il 2016, mi ero appena laureata in Scienze Agrarie e Agro-ambientali e ancora non avevo trovato il mio posto nel mondo. Sentivo che le mie idee erano anacronistiche. Tutto quello che avevo visto fino a quel momento parlava un’altra lingua, quella dell’agricoltura industriale. Un’agricoltura focalizzata sul risultato e sulla competitività, che agisce solo in base alle logiche di mercato. Ma dentro di me c’era una voce che non si zittiva, doveva esserci un altro modo. Qualcosa che fosse più vicino alla natura, alle persone e alla vita.
Nel 2017 ho deciso di partire per la Svezia per partecipare a un corso di Permacultura tenuto da Richard Perkins. Per la prima volta ho conosciuto una realtà agricola che incarnava quello in cui credevo. Un’azienda multifunzionale e diversificata, costruita su un disegno coerente in equilibrio tra produttività ed ecologia. C’erano orti in biointensivo, un vivaio, galline ovaiole e polli da carne allevati al pascolo, mucche, pecore e maiali nel bosco. C’era anche una filiera corta per la trasformazione, la vendita e la didattica. Non era solo un luogo produttivo, era un ecosistema naturale che incontrava quello umano e generava costante abbondanza e biodiversità.
Durante questa esperienza ho anche percepito delle rigidità e una mancanza di cura nelle relazioni interne; questa constatazione non ha fatto altro che rafforzare un’intuizione che porto nel cuore. La rigenerazione non è completa se non passa attraverso le persone. Non si può curare la terra ignorando le ferite interne ed esterne (come la relazione con noi stessi e con gli altri).
Da quel momento non mi sono più fermata. Ho cominciato a cercare aziende, corsi, esperienze che parlassero al mio cuore. Questo tipo di definizione e di pratiche agricole ormai avevano preso piede in Nord America in modo riconosciuto (attenzione alle parole che ho utilizzato qui, perché parlo di definizione e pratiche specifiche riconosciute, ma è da millenni che queste metodologie vengono portate avanti in tutti i contesti rurali del mondo), mentre in Europa erano approdate da poco. Non esisteva ancora un percorso strutturato in Italia, così ho creato il mio: ho visitato aziende come Iside Farm, Apis Organic, Il Salto, La Soscesa. Ho fatto wwoofing, ho seguito formazioni in agroecologia e alla fine mi sono messa alla prova.
E nel 2022 sono finita a fondare la mia azienda agricola policolturale e multifunzionale. Un piccolo mondo in divenire, dove ho sperimentato ciò che avevo acquisito: orto biointensivo, vivaio, api, galline al pascolo rotazionale, pulcini, polli da carne per uso familiare, oliveto, castagni, seminativi per foraggio, eventi con la comunità, corsi di apicoltura e progettazione, agriturismo, trasformazione dei prodotti. Tutto connesso, tutto intrecciato.
Ci sono stati errori e fallimenti ed è grazie ad essi che ho imparato le lezioni più importanti. Non è facile portare avanti un sogno agricolo senza sacrificare una parte di sé nel processo, ma è possibile. Se impariamo ad ascoltare, a fare rete, a progettare con intelligenza e con cura. Se smettiamo di voler imitare modelli irraggiungibili e impariamo a partire davvero da dove siamo.









Dall’alto e da sinistra verso destra:
1. Il mio primo pollaio autocostruito con le sue abitanti al pascolo turnato. 2021
2. Apis Organic e la sua bellissima Officina di Paglia e i pascoli per le galline, pecore e asini. 2021
3. La Scoscesa e le sue bellissime terrazze olivate, dove Lorenzo ha ricominciato a coltivare come si faceva una volta. 2020
4. La mia prima serra e rimessa agricola. 2018
5. Con Lucia a fare il Tetukana appena imparato al corso di Agricoltura Organica e Rigenerativa. 2019
6. Con Lorenzo a sistemare le linee agroforestali in Keyline di Iside Farm. 2020
7. Vacche e pecore al pascolo turnato da Ridgedale Permaculture di Richard Perkins. 2017
8. Osservando la qualità del pascolo dopo la rigenerazione avvenuta grazie al pascolo degli animali in modo turnato. Ridgedale Permaculture. 2017
9. La prima volta che ho visto dal vero un orto in biointensivo o market garden a Ridgedale Permaculture. 2017
Un nuovo paradigma
L’agricoltura rigenerativa non è un metodo fisso ma un modo di pensare. È un cambio di prospettiva che parte da una domanda potente e radicale: come possiamo rigenerare la vita?
Vuol dire creare ecosistemi fertili, abbondanti, biodiversi e resilienti. I cambiamenti climatici ci fanno vivere eventi estremi sempre più frequenti e la rigenerazione è diventata quindi una necessità primaria per l'essere umano. Il pianeta andrebbe avanti comunque, ma non possiamo dire lo stesso di noi.
Molti dei sistemi agricoli che definiamo "rigenerativi" sono nati ben prima della Rivoluzione Verde. Provengono dalle tradizioni indigene e nomadi fatte di osservazione profonda, rispetto e convivenza con i cicli naturali. Oggi più che inventare dovremmo ricordare.
Per me, il sistema rigenerativo per eccellenza è quello agro-silvo-pastorale: un mosaico di colture promiscue in cui coesistono annuali, perenni e animali. Dove ogni elemento ha un ruolo e una funzione ecologica.
Fuori dalla mia casa ci sono terrazze con muretti a secco che raccontano questa storia antica: ulivi ai bordi, orti sul terrazzo, animali al pascolo a rotazione. È una sinfonia di funzioni e forme. E più aumenta la diversità, più cresce la resilienza.
Mi risuona molto anche l’approccio dell’agricoltura biodinamica, dove la realtà agricola è vista come un organismo vivente, integrato. Ogni parte – il suolo, le piante, gli animali, le persone, persino gli edifici – concorre a mantenere in equilibrio l’intero sistema.
Tutti questi approcci non vogliono semplificare gli ecosistemi ma arricchirli. Raccontano una storia fatta di bellezza e complessità. Una storia che vale la pena imparare a leggere.
Si parte dall’obiettivo e solo dopo si cercano le tecniche corrette per raggiungerlo, adattandole al contesto. Non il contrario.
C’è da fare un appunto: l’agricoltura rigenerativa è un percorso di errori e tentativi. Qualsiasi azienda agricola che ho conosciuto che pratica l’agricoltura rigenerativa fa tanta ricerca e sperimentazione in campo. Magari imparano un metodo online oppure in corsi o altre aziende e poi nel metterlo in pratica comprendono meglio cosa modificare e dove per adattarlo meglio al loro contesto. Spesso si fanno tanti errori. Ma fa parte del gioco per avere prodotti più nutrienti e buoni, senza desertificare ed estrarre risorse dal pianeta.
Le rete in Italia
Oggi in Italia si trovano tantissimi progetti e persone che hanno deciso di intraprendere questa strada e fare divulgazione. Con molte di queste persone, l’anno scorso abbiamo fondato un’associazione: La Rete Agroecologica Microfarm Italia. Il movimento parte dal basso, siamo agricoltori/trici, tecnici, allevatori/trici, sostenitori, piccole botteghe, attivisti e molto altro che vogliono fare la differenza coltivando la rigenerazione di ecosistemi, economie e comunità!
Nella stessa associazione abbiamo attivato un gruppo di lavoro speciale “Allevamenti al Pascolo” con l’intento di promuovere e diffondere una nuova conoscenza sugli allevamenti al pascolo e una loro gestione in chiave agroecologica. Potete già trovare molti video su youtube nel canale omonimo in cui si parla di agroecologia, one health, tipologia di allevamento, microbiota animale e molto altro.
Poi c’è il Collettivo Rizosfera che da anni porta tantissimo valore con corsi, video di divulgazione gratuiti sul loro canale youtube e molte altre attività.
I podcast italiani dove possiamo imparare di più su progetti e tecniche di agricoltura rigenerativa sono Pionieri di Dario Cortese, RizoPodcast di Elia Agosti e Mamanui (il mio podcast).
Senza contare l’enorme rete di aziende su WWOOF Italia che ci permette di imparare gratuitamente facendo esperienza diretta sul campo.
Ci sarebbero ancora tanti progetti e persone da nominare, ma credo che già partendo dalle piattaforme e dalle associazioni che ho citato, potrai conoscere l’abbondanza e la diversità che esistono in tutta Italia in questo settore.
“Molte piccole persone, in piccoli luoghi, facendo piccole cose, possono cambiare il mondo.”
Un seme che cambia tutto
L’agricoltura rigenerativa non è una moda. Non è nemmeno una somma di tecniche sostenibili o una versione aggiornata del biologico. È un seme che, una volta piantato dentro di te, comincia a cambiare tutto. Il modo in cui guardi la terra, ascolti il tempo e vivi i rapporti.
Rigenerare non significa solo migliorare un pezzo di suolo. Rimette in discussione cosa consideriamo “successo”, “progresso” e “reddito”. Comporta scegliere un altro modo di abitare questo mondo.
Non è facile ma porta frutti che nessuna produzione intensiva potrà mai darti come la coerenza, il radicamento e la libertà.
Se sei arrivata fin qui, forse vuoi diventare parte del cambiamento, ma non sai da dove cominciare.
È per le persone come te che ho pensato di offrire un primo spazio di incontro: una call gratuita in cui ascolto la tua visione, i tuoi dubbi e i tuoi desideri. Un momento per capire dove ti trovi e come potremmo camminare insieme verso il tuo progetto concreto e rigenerativo.
Nota trasparente: Il percorso di consulenza personalizzata che offro varia normalmente tra i 300 e i 1000 €, in base alla complessità del progetto e alle ore necessarie. I risultati possono includere: report su visione e missione, analisi delle risorse, business plan, piano economico e strategico, calendario operativo e analisi agronomica (secondo la Scala di Permanenza).
La consulenza può svolgersi in presenza, direttamente nella tua azienda, oppure in parte anche online. Per la formula online offro anche la possibilità di pagamento rateale.
Durante la call ti spiegherò meglio il percorso, i passaggi e i costi, così potrai valutare con chiarezza se è ciò di cui hai bisogno.





