Il lutto per la vita che avevo immaginato
Come ho imparato a fare spazio al dolore senza smettere di credere nel mio sogno agricolo
Sta per arrivare la neve. Se mi affaccio dalla finestra vedo le cime delle montagne poco sopra di me completamente bianche. Ma la neve si sente prima ancora di vederla: leggera, placida, arriva portando riposo, riflessione e un gran desiderio di accendere il fuoco interno (non solo quello della stufa di casa).
Foto 1 - Qualche giorno dopo aver scritto questa lettera, la neve ha imbiancato tutta la montagna. Vista dalla finestra della cucina della mia casina ❤️
Quando ho iniziato a scrivere questo diario pubblico, mi sono ripromessa di lasciare degli spiragli aperti anche alla vulnerabilità. Ma ieri sera, mentre riflettevo su cosa potesse essere interessante per te da leggere, e nella mia mente facevo il riepilogo di quello che ho scritto nelle ultime lettere, mi sono resa conto di averti raccontato quasi solo le gioie e i successi del mio lavoro.
Ti volevo chiedere scusa per questo.
La vulnerabilità è importante quanto proteggerci. Senza vulnerabilità non potremmo mai connetterci davvero con gli altri; costruiremmo muri invece che porte, con maniglie e piccoli segnali che danno informazioni e direzioni. E non è questo, in fondo, lo scopo ultimo dell’essere umano? Connettersi e creare relazioni?
In più, ai giorni nostri – in cui il mondo dei social e dell’online ci mostra in continuazione o tutto il male o tutto il bene, portandoci sulle montagne russe emotive e in un confronto continuo con gli altri – mi sono sempre ripromessa di non essere questo per te, in questo spazio.
Non voglio che questo diventi l’ennesimo luogo online dove sembra tutto perfetto, confezionato con i fiocchetti e luccicante.
Purtroppo però, dopo le vicende che sono avvenute nella mia vita negli ultimi due anni, ho dovuto imparare a proteggermi molto, per evitare che il mio cuore, già in frantumi, venisse ulteriormente calpestato. Ma ormai il tempo è passato, confini sono stati messi, guarigioni sono avvenute e, come dice la mia psicoterapeuta, quando abbiamo gli strumenti e ci sentiamo pronte, a un certo punto bisogna anche buttarsi un po’ e cercare il nuovo equilibrio.
E poi ho chiamato questo spazio “Il Diario di un’Agroecologa” apposta…
Il lutto per la vita che avevo immaginato
Per quanto ogni giorno scriva almeno tre cose di cui sono grata nel mio diario, e dopo due anni molto difficili oggi mi possa dire felice, lascio anche spazio a quei giorni in cui faccio i conti con ciò che non ho. O meglio: con dove mi immaginavo di essere e cosa mi immaginavo di fare a 32 anni. E lascio che il senso di lutto e di dolore mi avvolga come una coperta dolce e un po’ pesante.
Quando avevo vent’anni, mi immaginavo che a 32 avrei avuto un lavoro stabile, con un’entrata fissa e prevedibile, che mi permettesse di mettere da parte dei soldi per comprarmi una casa. Mi immaginavo già madre, con un compagno di vita, un marito, al mio fianco: ad affrontare la vita insieme, con obiettivi comuni – come crescere una famiglia, e una casa in montagna da accudire (quello che in inglese chiamano household o homestead).
Mi aspettavo una cerchia di amici intorno: la famosa comunità con cui crescere insieme i propri figli, fare vacanze, condividere stili di vita simili. Sicuramente mi aspettavo che il mondo andasse verso la pace e la cessazione dei conflitti. Che il costo della vita non fosse così alto.
Invece, purtroppo, il lavoro da autonoma in Italia è un sali e scendi imprevedibile, specialmente nell’economia di oggi. Fino al Covid avevo messo dei soldi da parte, che purtroppo ho investito in gran parte nel progetto di vita e lavorativo con il mio ex compagno, con cui pensavo di passare il resto della mia vita e di potermi fidare. Non avevo fatto nulla per proteggermi adeguatamente, e ti posso giurare che ho capito sulla mia pelle come mai il matrimonio è così importante, e perché si dice che protegga davvero le parti coinvolte, specialmente per le coppie che lavorano insieme e condividono progetti agricoli (e anche figli).
Inoltre, l’agricoltura è un lavoro poco remunerativo; il settore è davvero in difficoltà e richiede capacità imprenditoriali strategiche e intelligenti, cucite sul proprio contesto come un abito di un sarto. Lo dico sempre: si può fare tutto, ma si deve progettare davvero bene. Non è come in alcuni settori specifici, come può essere adesso quello tecnologico, in cui – se ti va bene – puoi fare fortuna relativamente in fretta perché i margini sono alti e gli imprevisti (come i cambiamenti climatici per l’agricoltura) non sono così presenti, o così devastanti.
Potrei citarne almeno altre tre o quattro di difficoltà di questo lavoro, e forse un giorno lo farò. Ma per oggi mi basta dirti questo: se ti senti stanca, spaventata o in dubbio, non sei sbagliata. È proprio un lavoro oggettivamente difficile.
Cosa mi tira su quando sto così?
Mi prendo cura di me. Vivo quel momento, scrivo nel mio diario le preoccupazioni che sto vivendo, mi preparo un cibo caldo che mi dona gioia, come uno zabaione o una tazza di latte crudo con biscotti di Natale fatti in casa. Vado a fare una passeggiata con Polly, il mio cane, nel bosco, e osservo le piante che crescono sui muretti a secco o nel sottobosco. Ascolto il rumore dei miei passi sulle foglie.
Chiamo la mia mamma o un’amica per lamentarmi un po’ e farmi fare qualche coccola. Faccio il pane: mi aiuta tantissimo avere un piccolo obiettivo, che impegna la mente, profuma la casa e rende il mio stomaco molto, molto felice (specialmente se sopra la fetta di pane ci metto una bella fetta di salame).
Mi lascio aiutare dalla mia psicoterapeuta, che come consiglio migliore per me ha avuto quello di scrivere con costanza le mie gratitudini giornaliere.
Oggi le voglio condividere con te:
Sono grata di Polly, la mia fedele compagna, che mi fa uscire per le passeggiate anche nei giorni di pioggia e che, con il suo carattere da pastore, mi insegna che è importante essere se stesse e lasciare entrare le persone nella propria vita piano.
Sono grata della mia nuova casina, il mio nido, che mi dona protezione e sicurezza.
Sono grata per le mie galline, che mi fanno sempre ridere quando corrono come matte e che – da quando mi sono presa cura di loro pulendo il pollaio (che non veniva pulito da veramente tanti mesi), preparando un nido con la paglia per chiocciare e aprendole al pascolo – da zero uova ora me ne donano tre al giorno (sono in sei).
Sono grata per me stessa, perché investo in cibo sano per me e per il pianeta, spendendo di più ma risparmiando su altro, così che mangiando io possa fare bene a me, alla contadina che ha prodotto questo ciboo e alla Terra.
Infine, sono grata per il mio lavoro perché, per quanto abbia le sue difficoltà, mette in moto la mia creatività, mi fa conoscere persone e progetti meravigliosi, mi fa sentire utile e veramente capace e brava in qualcosa. Sapendo che, così facendo, sto costruendo la mia visione – un mondo dove l’essere umano è parte integrante dell’ecosistema – e adempiendo alla mia missione: progettare aziende che rigenerano terra e persone insieme.
E ora, se ti va, tocca a te.
Puoi prenderti cinque minuti per scrivere, magari su un foglio o rispondendo a questa lettera:
tre cose di cui sei grata oggi
e una difficoltà che stai attraversando nel tuo percorso (che sia legata al lavoro agricolo, ai soldi, alla famiglia, al tempo, o semplicemente al tenere insieme tutto).
Non c’è niente di sbagliato nel tenere insieme luce e ombra: è così che viviamo davvero, non solo come personaggi da social.
Se ti va di condividerle con me, puoi rispondermi a questa mail o lasciarle nei commenti: mi piace immaginare questo Diario come un luogo in cui non siamo solo a leggere in silenzio, ma in cui stiamo costruendo, piano piano, una piccola comunità di persone che non vogliono smettere di sognare, pur guardando in faccia la realtà.
E se questo spazio ti fa bene, se senti che quello che scrivo ti accompagna nel tuo cammino, puoi sostenerlo abbonandoti alla versione a pagamento del Diario di un’Agroecologa: per me è un modo concreto per continuare a dedicare tempo, cura ed energia a queste parole, e per te è un modo per dirmi: “vai avanti, ci sono”.



