Lettera da un campo immottato
Tra stivali infangati, ricordi degli anni ’90 e farm assessment: riflessioni su certificazioni, complessità e futuro dell’agricoltura rigenerativa.
Immagina una mattina d’autunno, il terreno ancora umido e l’odore di foglie bagnate nell’aria.
Ho gli stivali infangati, una trivella per i campionamenti di suolo in mano e, nello zaino, buste etichettate con numeri e coordinate. Intorno a me ci sono ettari di vigneto, seminativi, prati. Ma in quel momento il mio mondo è un cilindro di terra di pochi centimetri.
Foto 1 - Workshop presso Villa Montepaldi, Firenze sul MRV con Climate Farmers e Food For Future. Nella foto stiamo facendo la valutazione visiva del suolo (Visual Soil Assessment)
In questi mesi ho ripreso i farm assessment per Climate Farmers e Terra Madre, per cui lavoro come agronoma freelance. Climate Farmers sta costruendo un sistema di monitoraggio e verifica (MRV) per l’agricoltura rigenerativa: uno strumento per misurare l’impatto reale delle aziende su suolo, biodiversità, acqua, mezzi di sussistenza e comunità.
Sono delle organizzazioni che supportano aziende agricole nella transizione verso l’agricoltura rigenerativa e che mi portano in tantissime realtà in Italia, spesso anche più grandi rispetto alle piccole aziende familiari con cui lavoro di solito con Mamanui.
Ieri, durante un workshop dove spiegavo questo lavoro, mi è stato chiaro che c’è un tema che ci tocca tutte:
cosa significa certificare l’agricoltura rigenerativa senza rifare gli stessi errori della certificazione biologica?
Cosa faccio, concretamente, in questi farm assessment
Il mio lavoro sul campo, in questi contesti, è fatto di cose molto concrete:
Campionamenti di suolo da inviare al laboratorio di analisi per misurare diversi parametri chimici e fisici (sostanza organica, struttura, nutrienti, metalli pesanti, pH, capacità di scambio cationico, calcare attivo, ecc.).
Visual Soil Assessment seguendo le linee guida della FAO, per avere una lettura qualitativa dello stato del suolo: che colore ha, che odore ha, quante radici, lo stato di salute della rizosfera, lombrichi, porosità, infiltrazione dell’acqua, erosione…
Assessment della biodiversità, sia animale che vegetale: quali piante crescono spontaneamente, quali insetti e uccelli si vedono e sentono.
Ascolto delle storie aziendali: parlare con chi conduce l’azienda, capire perché ha deciso di intraprendere un percorso di transizione, quali pratiche rigenerative ha attuato e quali ha in programma di portare avanti.
Comparazione con le aziende convenzionali intorno, per comprendere meglio in quale contesto si inserisce l’azienda, quali sono i punti di riferimento minimi intorno a lei, così da vedere negli anni se c’è un miglioramento rispetto a questi.
Assetto socio-economico: non ci interessa solo se migliora la qualità dell’ecosistema agricolo in cui l’agricoltore lavora, ma se migliora anche la sua vita personale ed economica. Se si sente sola oppure accolta da una comunità di persone con cui confrontarsi e crescere; se sta lavorando più delle energie che ha, portandola al burnout e alla necessità improvvisa di chiudere tutto; se sta guadagnando abbastanza per soddisfare le proprie necessità finanziarie e per mantenere l’azienda nel futuro.
È super interessante osservare e comprendere meglio lo stato di salute di questi sistemi, poter progettare con le aziende un piano verso la rigenerazione e, spero, un giorno partecipare anche alla rigenerazione dell’abbondanza creata.
Ma siamo davvero arrivati ad una certificazione dell’agricoltura rigenerativa?
Bolle davvero tanto in pentola. Dalle Americhe all’Europa, molti enti e organizzazioni stanno spingendo verso un accreditamento e una definizione di che cosa sia l’agricoltura rigenerativa, così da poter creare il bollino e piazzarlo sui vari prodotti.
A me tutto questo fa davvero paura.
La storia di mio padre sulla certificazione biologica, specialmente quella per l’apicoltura, in cui lui è stato coinvolto direttamente negli anni ’90, mi fa pensare che riusciremo di nuovo a mettere in una scatola ben definita una cosa complessa e bella, per il guadagno di pochi.
L’agricoltura rigenerativa non è una lista di pratiche agronomiche da poter implementare in qualsiasi contesto.
L’agricoltura rigenerativa non è un metodo fisso ma un modo di pensare. È un cambio di prospettiva che parte da una domanda potente e radicale: come possiamo rigenerare la vita? - Adelaide, tratto dal mio articolo “Cos’è davvero l’agricoltura rigenerativa” 👇
L’agricoltura rigenerativa è complessità.
Le tecniche agronomiche da utilizzare variano in base al contesto pedo-climatico, alla persona (o alla squadra) che gestisce il tutto, al mercato, ai bisogni economici e finanziari, e a molto, molto altro.
L’ultima cosa che voglio è che qualcuno, per i propri interessi economici, semplifichi il tutto per mettere un mero bollino, quando ancora i consumatori non hanno capito la differenza tra coltivare un pomodoro o allevare le api in biologico o in convenzionale.
Non voglio che diventi solo una questione di carte e burocrazia, solo per verificare che segui tutta la filiera del biologico e che rispetti la legge.
Invece voglio che il consumatore – e il contadino stesso – possano vedere i risultati positivi effettivi sull’agroecosistema e sulla famiglia che gestisce il progetto.
MRV (measurement, reporting, verification): uno strumento per tenere aperta la complessità
Al di là del gergo, quello che mi convince del lavoro di Climate Farmers è l’idea di:
misurare risultati (outcome) su 5 aree interconnesse – suolo, biodiversità, acqua, mezzi di sussistenza, comunità;
lasciare che siano le aziende e/o i propri tecnici di riferimento, dentro il proprio contesto, a scegliere le pratiche più adatte per migliorare quei risultati;
costruire una lettura olistica, che non si ferma alla sostanza organica nel suolo ma guarda anche alla qualità della vita di chi coltiva.
In pratica, l’idea è questa:
invece di dirti “devi fare A, B, C per essere rigenerativa”,
ti chiediamo “cosa succede al tuo suolo, alla tua biodiversità, all’acqua, al tuo reddito, alla tua comunità, se scegli un certo modo di coltivare?”.
È un modo di usare la misurazione non per appiattire, ma per rendere visibile la complessità, senza togliere centralità al contesto.
Ti andrebbe di parlarne nel podcast?
Sono temi molto grandi, e visto che sto progettando la nuova stagione del mio podcast per il prossimo anno, mi piacerebbe dedicare alcuni episodi proprio a questo:
certificazione biologica vs certificazione rigenerativa;
come misurare la complessità;
cosa sta succedendo in Europa su questo tema e quali organizzazioni ci stanno lavorando;
cosa vuol dire progettare in modo ecosistemico e olistico la propria azienda agricola, e da dove partire.
Mi piacerebbe invitare persone che lavorano su questi temi – agronome, ricercatrici, contadine – e aprire uno spazio di confronto che non sia solo tecnico, ma anche politico e umano.
Ti lascio un piccolo sondaggio, così da avere il tuo feedback su quali temi ti piacerebbe affrontare insieme.
Per me è prezioso capire cosa ti risuona, perché vorrei che il podcast fosse uno spazio utile, non solo “interessante”.
Intanto, la prossima volta che cammini nei tuoi campi, nell’orto o lungo un filare, ti lascio una domanda da Diario:
se qualcuno venisse a verificare quanto e cosa stai rigenerando, cosa vorresti che guardasse, davvero?
Solo il suolo?
Anche gli insetti, gli uccelli, le persone, il tuo tempo, la tua stanchezza?
Da lì, secondo me, nasce il tipo di agricoltura – e di certificazione – che vogliamo vedere.
Ti abbraccio,
Adelaide 🌱



