Sono tornate le galline (e un pezzo di me)
Il chiacchiericcio del pollaio, un piccolo terreno da progettare e il pezzo di me che torna a casa con le galline.
Sono in giardino a prendere l’ultimo raggio di sole prima che sparisca dietro la vetta della montagna. Il sottofondo di questo mio momento di relax è una gioia per le mie orecchie: il chiacchiericcio delle mie nuove galline.
Foto 1 - La prima foto con la mia prima gallina - 2021
Tutti i giorni mi affaccio dalla finestra per sentire il loro chiacchiericcio mentre razzolano, si chiamano, commentano il mondo a modo loro. Ogni tanto parte quel verso lungo e mezzo indignato che conosci se hai mai raccolto un uovo ancora caldo dal nido.
Sono tornate le galline nella mia vita.
E, con loro, è tornato un pezzo di me che mi mancava.
Questa settimana ho lavorato tantissimo per preparare la lezione del seminario online sull’allevamento delle galline al pascolo: biologia, etologia, progettazione del pascolo e del pollaio. Ho passato giorni immersa tra libri, appunti, foto di zampe, piume e schemi di recinti, e la sera mi ritrovavo a guardare le mie galline reali pensando: “Ma noi, a loro, cosa stiamo chiedendo davvero?”.
Non sono “solo galline”
Più studio e più mi colpisce questa cosa: molti la vedono come la gallina che fa solo l’uovo.
In realtà, dentro ogni corpo ci sono milioni di anni di evoluzione, un animale nato per stare in gruppo, per muoversi, per cercare cibo, per perdersi nei dettagli del suolo.
Le selezioni che abbiamo fatto negli ultimi decenni le hanno trasformate in una macchina produttiva, è vero. Ma il loro cervello, il loro bisogno di raspare, di prendere il sole, di fare il bagno di sabbia, di litigare a beccate per stabilire la loro gerarchia interna… quello è rimasto.
E ogni volta che vedo un allevamento chiuso, stretto, grigio, penso che stiamo chiedendo a un animale del sottobosco di vivere in un centro commerciale affollato, senza finestre. È lì che per me il discorso smette di essere “tecnico” e diventa politico, etico, personale.
Non so voi, ma io dentro un centro commerciale, stretta tra la folla di mille persone, accecata dalle luci non naturali, tra le deizioni e il tanfo di urina…smatterei di brutto!
Il pascolo come scelta di vita (non solo tecnica)
Quando parlo di allevamento al pascolo, non è per romanticismo – non solo, almeno.
Al pascolo mi sembra che si ricomponga qualcosa:
la gallina torna a fare la gallina,
il suolo torna a respirare,
noi torniamo ad assumerci la responsabilità di come usiamo un pezzo di terra.
Non è idilliaco, eh. Il pascolo rotazionale significa pali, reti che si impigliano, acqua da portare, fango, vento, estate che ti scioglie.
Però quando vedi il prato dopo qualche rotazione, la differenza la vedi a occhio nudo: il verde cambia, le erbe cambiano, il terreno reagisce.
Io continuo a stupirmi del fatto che un animale così piccolo possa avere un impatto così grande, in bene o in male, a seconda di come lo mettiamo dentro il sistema.
Il mio piccolo branco sotto casa
Qui, nella mia nuova casina, ho un piccolo terreno su cui non vedo l’ora di progettare il pascolo per le mie galline.
Non sarà mai un grande allevamento, e va benissimo così.
Sarà un pezzo di quotidianità: uova per me e per qualche amico, fertilità per il terreno, compagnia mentre lavoro fuori.
In questi giorni mi accorgo che sto usando su di me lo stesso tipo di domande che faccio alle aziende in consulenza, ma in versione molto concreta:
che ruolo voglio che abbiano le galline nella mia vita, davvero?
quanto tempo reale ho per occuparmene senza arrivare alla sera distrutta?
come posso disegnare lo spazio in modo che loro stiano bene e io non mi incasini la vita?
Sto immaginando il pollaio, i recinti che ruotano, le zone d’ombra, i punti per i bagni di sabbia, il passaggio tra il pascolo e il resto del terreno. È un esercizio di coerenza: non posso parlare di pascolo rigenerativo e poi lasciare le mie galline a distruggere sempre la stessa striscia di terra sotto casa “perché non ho tempo”.
Progettare questo piccolo sistema mi aiuta a ricordare una cosa che tendo a dimenticare: ogni scelta che facciamo sul terreno è una scelta sulla nostra vita.
Se metto troppe galline, non è solo il prato a soffrire. Sono io che avrò troppo lavoro, troppe preoccupazioni, troppo carico mentale.
Se ne metto troppo poche, magari non raggiungo l’equilibrio che vorrei tra autonomia alimentare, gioia e fatica.
In mezzo, c’è una scala giusta per me. E il mio lavoro, adesso, è trovarla.
Una curiosità su di te (mini sondaggio)
Questa newsletter mi ha fatto venire una domanda molto semplice:
Per me è prezioso saperlo, perché mi aiuta a capire se ha senso, in futuro, creare altri contenuti e magari percorsi dedicati sull’allevamento al pascolo rotazionale, tarati proprio su chi mi legge qui.
Intanto, io, tra poco, appena tutte le mie galline saranno entrate nel pollaio, vado a dargli la buonanotte.
Le guarderò litigare per il posto migliore sul posatoio e, come sempre, imparerò qualcosa sulla convivenza, sui limiti e sul modo in cui gestiamo le nostre energie.
Ti abbraccio,
Adelaide 🐓🌱




Che bello questo che scrivi sul mondo delle galline ❤️ Noi abbiamo uno spazio di orto, diviso in due parti comunicanti: nello spazio di sotto abbiamo messo il pollaio, cintato, con porticina automatizzata per apertura / chiusura che permette loro di uscire, zampettare in giro, raspare. Abbiamo da poco scoperto che se la vagano a zampettare anche nel prato vicino, uno spazio ampio e abbandonato (cintato) con alberi, sottoboschi, bambù... E che tornano da sole nel pollaio all'ora giusta, come una piccola processione sculettante. Ovviamente, da quando zampettano libere ed esplorano hanno cominciato a fare uova a manetta, sono allegre, in forma, e quando siamo a lavorare nell'orto ci chiocciano attorno e ci fanno compagnia 🐔 sono animali bellissimi!